← Torna alla pagina principale
Testo della serata di presentazione del volume, organizzato per interventi.
1) Introduzione
Voce narrante: Cosa resta di un'esperienza che per oltre quarant’anni ha formato migliaia di professionisti nel mondo dell'educazione? Restano i valori, i metodi e soprattutto l'impegno quotidiano di chi quei luoghi li ha abitati.
Oggi vi portiamo a Torino, nella suggestiva Sala dei Rettori del Santuario della Consolata, per rivivere la presentazione del libro dedicato alla storia e all'eredità della Fondazione Feyles.
Quello che ascolterete non è il racconto di una fine, ma un ponte teso tra la memoria e il futuro. Una riflessione profonda sulla figura dell'educatore professionale e su come un patrimonio di competenze possa trasformarsi in una nuova stimolante provocazione per il domani.
Attraverso la viva voce dei protagonisti, dei docenti e dei curatori del volume, vi invitiamo a scoprire come la passione educativa continui a lasciare traccia.
Buon ascolto.
2) Don Sergio Baravalle
Voce narrante: Dopo un'introduzione del moderatore dell'evento Alberto Riccadonna, giornalista e direttore di La Voce e Il Tempo, la parola passa a don Sergio Baravalle, primo presidente della Fondazione Feyles. Attraverso una potente rielaborazione metaforica, Don Sergio ci guiderà nel significato più profondo della chiusura dell'istituzione, mostrandoci come il termine di un'attività possa trasformarsi in una semina feconda e in una diffusione di valori per il bene comune.
SB: Con emozione, non la nascondo, perché ho rivisto tante persone care con cui abbiamo fatto un po' di strada in passato, poi come è normale la vita ci porta chi di qua chi di là, però è bello rivederci. È bello rivederci, come si diceva, non per chiudere, anche se la chiusura c'è, è reale e non si può nascondere… però per vedere questa chiusura in termini positivi. Credo che la cosa non sia semplicemente retorica, sia nei fatti, e il libro lo documenta. E’ significativo anche il fatto che Alberto abbia accettato di venire, Alberto è direttore del giornale diocesano, è direttore di un giornale di comunità, come è stato detto recentemente nel convegno che è stato fatto al Museo del Risorgimento. E la nostra esperienza FIRAS/Feyles è esperienza di comunità, sotto tanti aspetti che non tocca a me richiamare.
Per il mio intervento ho cercato soprattutto delle immagini che potessero essere rappresentative e sintetiche, perché il compito di carattere più analitico spetta ad altri, io non ho questa né competenza né funzione. Però credo che mi competa almeno il rischio di tentare delle immagini che possano dire l'insieme della nostra avventura. Ne ho trovate due, starà a voi dire se sono azzeccate o meno.
Nel 1978 usciva l'Albero degli zoccoli.
Chi di voi ha visto questo bellissimo film, che è ritenuto tra i cento degni di essere salvati - poi può anche non piacere, ma a me piace moltissimo - chi ha visto questo bellissimo film forse ricorda una scena, che è la scena del bambino, mi pare si chiamasse Domenico, che aveva degli zoccoli che si rompono strada facendo. Va a casa, porta gli zoccoli rotti e il papà non aveva di che sostituirli. Nottetempo va a tagliare un albero di ottano, e con quel legname, con quella legna, prepara gli zoccoli nuovi. Il padrone scopre che è stato tagliato l'albero, scopre chi l'ha tagliato, lo caccia via e caccia tutti quanti.
È una metafora sufficientemente rappresentativa, nel senso che c'è una realtà che si chiude, la Fondazione Feyles chiude… prima FIRAS, poi Feyles chiude. È vero, gli zoccoli si sono rotti, per usare l'immagine, però la dignità di quella famiglia e di quella realtà che ha saputo inventare la soluzione per un bambino che aveva bisogno delle scarpe per poter camminare sulla neve o per le strade polverose, questa rimane tutta ed è sparpagliata in mille rivoli. A proposito di rivoli, c'è la seconda immagine, poi ho finito, passo la parola ad altri.
La seconda immagine è presa dalla storia, dalla storia recente, quindi trasformo un episodio realmente avvenuto. L'altro era un film, peraltro bellissimo, mentre questo è realmente avvenuto.
Qualche settimana fa, c'era anche don Ermis con me, c'erano altri amici, monsignor Anfossi e altri… siamo stati invitati nel seminario di Rivoli; il seminario di Rivoli, per chi non lo sa, ha visto compiere i 90 anni dalla prima pietra, quando è stata benedetta la prima pietra, la pietra di fondazione. Sappiamo che questo seminario è costato lacrime e sangue. Sto parlando del seminario, ma sto parlando della Feyles e della FIRAS, ovviamente, se vale metafora, se vale il racconto. La costruzione di quel seminario è costata lacrime e sangue per tutta la diocesi di Torino. A noi ha fatto piacere che degli architetti, che recentemente hanno dovuto visitare per filo e per segno e in lungo e in largo questa struttura, ne abbiano parlato bene, come di una struttura costruita su una collina morenica, quindi su una collina non proprio stabilissima, con i massimi criteri di affidabilità, tant'è che dopo tanti anni hanno dovuto fare degli interventi di straordinaria manutenzione spendendo circa 7 milioni di euro, che non è una cifra piccola, però ci fa anche capire quanto l'amministrazione pubblica, che attualmente è responsabile di questo bene abbia ritenuto di dover investire. Non è più la diocesi, è un'altra realtà proprietaria di questo bene, però hanno ritenuto di fare questo investimento, questo lavoro. Visitando quei locali, sia dentro che fuori, per uno come me che ci è vissuto, perché negli anni 70 io ero lì dentro, e le piante erano molto piccole, adesso sono cresciute, ce n'è qualcuna che è stata tagliata perché morta, altre invece sono trattate con i fitofarmaci perché ci sono degli agronomi che li seguono e si vede questo bellissimo parco. Allora noi utilizzavamo quegli spazi per giocare a pallacanestro, a calcio… non si era finito di mangiare che avevamo già i i calzoni corti per poter giocare a pallone… e tutte le altre cose che si sono fatte in seminario in quegli anni belli. Anche quella realtà è chiusa. Non è più un seminario, è una struttura che serve migliaia di ragazzi giovani, sia nel liceo Darwin che nell'altra scuola vicina, migliaia di ragazzi una bella struttura… quindi un bene costato lacrime e sangue, passato di proprietà, che serve ad altri e serve bene, perché entrare in quelle aule ve lo assicuro - e lo può dire chi è stato lì sia come docente sia come allievo - e soprattutto nelle aule che sono verso la parte di Rivalta, non so se avete presente dov’è il seminario di Rivoli, una posizione bellissima, si apre sulla vallata di Rivalta, dell'ospedale di Rivoli con uno scenario stupendo. Mentre si lavora sulle formule chimiche oppure sui computer per imparare a usarli c'è questo scenario che fa sicuramente bene.
Ecco, due immagini qui mi sono tornate in mente cercando qualche cosa di significativo che dicessero nello stesso tempo la realtà della chiusura e nello stesso tempo anche la realtà della semina. Perché secondo me di questo si tratta.
Papa Francesco, e chiudo con questo, Papa Francesco ci ricordava che non siamo in un'epoca di cambiamenti, ma di cambiamento d'epoca. La nostra realtà della Feyles ci sta dentro insieme con i seminari, insieme con le nostre parrocchie, insieme con tante realtà religiose. Ci stiamo riscrivendo insieme con le famiglie, non dimentichiamole, la prima istituzione… ci stiamo ridefinendo nei ruoli, negli spazi, e questo a volte con il senso della nostalgia per il tempo andato, altre volte con la speranza che quel tempo non è stato speso inutilmente. Il tempo è stato speso utilmente e con fecondità. Questa è la mia personale convinzione.
Mi ha molto rallegrato trovare nel libro una documentazione non richiesta, nel senso che chi ha scritto, ha parlato liberamente, ha scritto liberamente, quindi le cose che avevano nel cuore le hanno dette e le hanno scritte. Mi ha fatto un gran bene trovarle lì scritte nero su bianco a futura memoria, per cui io benedico il Signore per quello che ho potuto fare insieme con molti di voi, insieme con altri che sono venuti dopo di me, sicuro che non è stato un tempo perso.
Lo abbiamo saputo utilizzare bene e lo consegniamo con fierezza alle generazioni che verranno. Grazie.
3) Gabriella Damilano
Voce narrante: Prende ora la parola Gabriella Damilano, educatrice professionale, docente allo IUSTO e coautrice del volume. Il suo intervento ci introduce nel cuore del libro: un'opera corale nata da una rigorosa ricerca d'archivio e da decine di testimonianze, scritta con l'obiettivo di trasformare la memoria storica della scuola in un'eredità metodologica ed etica per i futuri professionisti dell'educazione e della formazione.
GD: A me spetta il compito di raccontare che cosa è raccolto in queste 200 pagine e faccio subito una dichiarazione: presto la mia voce ad una presentazione scritta a sei mani. Due sono le mie e quattro le vedete qua alla mia sinistra, le mani di Mariella e le mani di Paola. Scritto a sei mani l'insieme dei pensieri che vi proponiamo per entrare dentro questo nostro volume, ma è scritto a sei mani l'intero volume.
La prima cosa che vorremmo fare è ringraziarvi, per una serie di buoni motivi. Innanzitutto per la vostra presenza qua questa sera, numerosissimi. Prima Paola mi diceva: "Caspita, quando si presenta un libro di solito si raccolgono alcune decine di persone… questa sembra una festa.” È una festa, per noi è una festa, soprattutto… è una festa in cui incontriamo di nuovo i volti di tanti amici, di tanti colleghi, ma soprattutto di tanti amici con cui abbiamo condiviso un tratto importante del nostro cammino professionale.
In secondo luogo, vorremmo ringraziarvi per tutti i pensieri che ci avete inviato in forme diverse, modalità diverse, da quando la notizia della pubblicazione si è sparsa ad oggi. Sono pensieri che abbiamo accolto come indicatori di un significato profondo, di un'importanza riconosciuta nel cammino di tutti noi, il valore che questa storia costruita insieme ha non soltanto per noi, ma per tutti coloro con i quali abbiamo percorso questo itinerario.
Il terzo motivo per cui vorremmo ringraziarvi è il tempo che dedicherete a leggere il nostro volume, perché siamo convinti che ci siano scritte delle riflessioni interessanti. È un volume che abbiamo scritto, lo diciamo con molta trasparenza, non senza indugi, raccogliendo l'invito del collegio dei liquidatori, laggiù c’è il presidente che sorride sotto i baffi… perché è loro il merito, l'intuizione; l'intuizione del fatto che questa storia dovesse essere raccontata. Con uno sguardo retrospettivo, e c'è questo sguardo, che guarda dietro di noi, a quello che è stato costruito, c'è indubbiamente, ma lo ha detto bene Alberto in apertura, soprattutto prospettivo, e cioè quello che consegna questa storia a chi verrà dopo di noi.
Allora, per raccontare questa storia disegniamo un perimetro all'inizio e ci avvaliamo di due frasi. Ah no, scusate, c'è un ringraziamento che stavo per dimenticare, guardo dritto davanti a me, e il ringraziamento è all'editore, a Carocci Editore, che si è messo al fondo e quindi lo stavo, insomma, in questo momento mi stava sfuggendo. Ecco, vogliamo ringraziare Carocci per la fiducia che ha riposto in questo progetto editoriale e anche per la sua presenza qui, per condividere con noi questa sera questo momento di festa, appunto, come dicevamo.
Torniamo al perimetro. Il primo perimetro, i primi segmenti di questo perimetro sono disegnati da uno slogan, quello che oggi chiameremmo “claim”, che certamente risuonerà nel momento stesso in cui lo pronuncerò, vedrò sorrisi davanti a me: “Formare se stessi per servire meglio gli altri”. Ecco, questo è lo slogan che la Fondazione Feyles ha scelto all'inizio della sua attività, soprattutto per esprimere un principio a fondamento della propria attività e a guida di quello che sarebbe arrivato dopo. Senza interruzione rispetto a quello che era stato costruito prima dalla scuola per educatori FIRAS.
“Formare se stessi per servire meglio gli altri” si trovava dappertutto: nei documenti, lo si incontrava nei manifesti affissi alle pareti, ma forse soprattutto si riconosceva nella operosità della scuola per educatori FIRAS e poi nel testimone che di questa realtà ha preso in mano e condotto la Fondazione Feyles.
Il secondo slogan, e così chiudiamo il perimetro, anche questo risuona nelle orecchie di tutti noi è: “Prendersi cura di chi cura”. Ecco, noi lo abbiamo declinato in questo modo: prendersi cura di chi si sta formando, preparando al lavoro di cura. E perché questo slogan è così importante? Perché siamo convinti, siamo sempre stati convinti, e la Fondazione su questo ha costruito moltissima esperienza, che certamente sì, si impara moltissimo dai libri, su questo non c'è dubbio, ma si impara, soprattutto per le professioni di cui noi ci siamo occupati, le professioni di cura educativa, le professioni del socioassistenziale, si impara molto dall'esperienza e si impara dal modello, dallo stile della comunità educante, formativa, che guida questa azione formativa. Allora, dentro questi perimetri, di questi claim, collochiamo la nostra opera e vi invitiamo a leggerla.
Questa opera, questo volume è il risultato di un lavoro piuttosto impegnativo, piuttosto minuzioso, certosino, come nello stile della Feyles, che è stato all'inizio un lavoro di ricerca nei nostri archivi personali, soprattutto quelli di Mariella, non vi stupirà. Archivi molto spesso cartacei, ma poi anche elettronici.
Recuperati i materiali li abbiamo riordinati, messi in ordine sulla linea del tempo, gli anni erano tanti, quasi 50, da riprendere e rileggere. Li abbiamo riletti, li abbiamo sistematizzati e poi li abbiamo raccontati in queste pagine, con l'idea di restituire in un affresco l'esperienza di una istituzione che ha formato migliaia di professionisti… migliaia. Non è un numero buttato lì a caso, li abbiamo proprio contati. Sono educatori, sono operatori sociosanitari, sono direttori di strutture socio sanitarie, e poi insomma ce ne sono tanti, se avrete voglia di guardare i numeri sono interessanti… del territorio torinese, ma non soltanto torinese.
E mentre si formavano professionisti il Centro Studi produceva riflessioni, produceva pensieri intorno ai princìpi, ai fondamenti e ai valori di riferimento per queste professioni.
Ecco, quindi allora il nostro intento è stato quello di ricostruire questa storia, condividerne i contenuti con chi ne è stato protagonista insieme con noi, raccontarla a quanti non l'hanno conosciuta ma sono interessati ai temi dell'educazione e della formazione e trasmetterli a coloro che in futuro abiteranno i luoghi dell'educazione e della formazione.
È un racconto onesto intellettualmente, rispettoso dei risultati, dei punti di forza, ma anche delle criticità, perché ci sono state delle criticità, ma noi riteniamo che pur riconoscendo queste criticità la visione educativa e l'approccio metodologico che nel tempo ha guidato del lavoro della Feyles, ecco, rappresenti contenuti ancora oggi convincenti, condivisibili e divulgabili. Ma su questo Paola Ricchiardi fra poco ci dirà se ci siamo sbagliate o è veramente così.
Prima di cominciare a scrivere abbiamo fatto un progetto. Gli educatori non possono non fare progetti. Siamo partite così. Quali sono i bisogni e gli obiettivi dei liquidatori, che hanno avuto questa idea? Perché è partita dai liquidatori. I nostri, che ci accingiamo a scrivere, ad impegnare del tempo, a fare equilibrismi con tutti gli altri problemi della nostra vita, ma crediamo che ne valga la pena. Gli obiettivi e i bisogni di chi leggerà queste pagine, quando avrà il volume in mano. Poi abbiamo parlato di metodo. Che metodo di lavoro ci diamo? Ne abbiamo scelto uno e poi abbiamo fatto un piano di azione, governato dai tempi. Ecco, i tempi… perché avevamo una deadline, una scadenza, che non era solo quella del Salone del Libro, vorrei dire, anche se siamo state molto fortunate, il libro esce domani e il Salone è cominciato oggi nella nostra città. No, la scadenza era quella di chiusura dell'ente che ha cessato le sue attività dieci anni fa. Volevamo che uscisse questa pubblicazione, fosse condivisibile con tutti voi e con quanti vorranno leggerla, prima che la Fondazione chiudesse i battenti, perché come il collegio dei liquidatori ci ha detto: “In queste pagine sono contenuti semi e germogli vivi, non soltanto tracce di memoria”. Il risultato è un risultato, a nostro avviso, molto interessante. Ci piace definirla un'opera “multivocale” perché è vero, le penne, o meglio le tastiere che hanno scritto - ormai non scrivono più le penne, scrivono le tastiere - sono quelle di Paola, di Mariella, la mia, ma in realtà, se avrete voglia di leggere, troverete più di 30 sguardi in questo volume, perché abbiamo voluto raccontare attraverso molti punti di vista, non soltanto i nostri, la storia, l'esperienza concreta di quest'ente, la sua organizzazione, la sua identità, le sue finalità, i suoi attori, cercando di non dimenticarne nessuno, le progettualità e le attività che sono state realizzate e tutte le riflessioni che sono state disseminate e divulgate in modo diverso, seminari, qualcuno ricorderà, convegni, partecipazioni anche ad eventi internazionali. Seminari e approfondimenti su nuclei fondativi: il profilo dell'educatore professionale, la sua formazione, i servizi in cui trova spazio la sua operatività e la questione etica, il filo rosso dell'etica. C'è una riflessione molto molto distesa su queste tematiche che sono state oggetto di grandi approfondimenti.
In ultimo, nella sezione finale trovate una parte che abbiamo voluto dedicare all'oggi e al domani, all'impronta, all'impronta che questa esperienza ha lasciato ed è visibile ancora oggi. E su questo però abbiamo voluto che a raccontare questa impronta non fossero i nostri occhi, perché sappiamo che i nostri occhi, insomma, temiamo che i nostri occhi possano essere un po' annebbiati, un po' dalla nostalgia, dal legame con questa esperienza… l'abbiamo chiesto a voi, ad alcuni tra di voi; e allora abbiamo chiesto a ex studenti, a ex docenti, a referenti dei servizi: “Qual è l'eredità secondo te che oggi si trova ancora dell'esperienza della Fondazione Feyles?”; e siamo state il più possibile fedeli nel restituire la visione che abbiamo raccolto. Ed è, devo dirvi, un risultato a nostro avviso molto molto interessante. È un mosaico pieno di sfumature, sfumature molto molto variegate, che parlano sì del passato con uno sguardo retrospettivo, ma parlano anche del futuro, di quanto di questa impronta rimarrà visibile nel tempo perché è storia. E sul tema dell'eredità, o meglio delle eredità al plurale, fra poco lasceremo al professor Alessio Rocchi di guidare la nostra riflessione.
Ho cominciato ringraziando e non posso che chiudere facendo altrettanto.
Vorrei ringraziare a nome di Paola, di Mariella e a nome mio, tutte e tutti coloro che in modi e con ruoli diversi nel tempo hanno collaborato nell'immaginare, nell'ideare, nel realizzare, sostenere, valutare l'operato, della scuola per educatori FIRAS e della Fondazione Feyles. Un pensiero di riconoscenza particolare va a coloro che hanno accettato di dare il loro contributo in quest'opera, che dal nostro punto di vista è ancor più preziosa perché è veramente corale e perché lo sguardo che restituisce è uno sguardo panoramico.
Per ogni cosa c'è un tempo e lo sappiamo.
Tra un po' la Fondazione chiuderà, a dieci anni dalla cessazione delle attività. Questo per noi è il tempo del racconto dell'esperienza, il tempo del riconoscimento di quello che è stato costruito negli anni, dell'orgoglio per averne fatto parte e della gratitudine verso tutti coloro che lo hanno favorito e consentito.
Ma è anche il tempo del desiderio: il desiderio di lasciare un'impronta riconoscibile, per quanto tenue, che parli al futuro dell'educazione della formazione e agli attori di questi luoghi di oggi e di domani. Grazie.
4) Alessio Rocchi
Voce narrante: È il momento dell'intervento di Alessio Rocchi, professore di pedagogia allo IUSTO. Il suo contributo esplora i diversi livelli dell'eredità lasciata dalla Fondazione, da quella reputazionale e relazionale fino a quella che definisce “eredità biologica”, impressa nelle vite di migliaia di professionisti. Infine, una profonda riflessione etica su come anche la chiusura di un'istituzione possa trasformarsi in una lezione di responsabilità capace di generare futuro.
AR: Grazie, grazie per l'invito. Mi sento ospite da un certo punto di vista, e da un altro punto di vista, avendo condiviso un pezzo di cammino insieme alla Fondazione Feyles, mi sento anche un poco a casa… con molta, diciamo, umiltà e discrezione. Però ecco, parlare di eredità oggi e parlare dell'eredità della Fondazione Feyles cosa significa? Io credo che ci siano eredità visibili ed eredità segrete, e non è detto che le une siano più importanti delle altre. A volte le eredità che rimangono segrete sono quelle più preziose, proprio perché magari rimangono dentro le persone, no?
E allora la prima eredità e probabilmente la più importante è un'eredità biologica, l'ho definita; nel senso che noi siamo abituati, come enti che si occupano di formazione, di cultura, di accademia, a dare grande priorità al tema della logica. Però credo che parlando di questa esperienza sia importante riappropriarci del biologico prima che del logico.
Questa sala, che è piena di persone che in qualche modo hanno incrociato la storia della Fondazione, qualcuno delle persone presenti è stato formato dalla Fondazione Feyles, è la testimonianza viva dell'importanza della biologia. Ci sono migliaia di educatori, di OSS, di persone formate che sono in giro per il Piemonte, che lavorano, che condividono storie con ragazzi, adulti, persone in difficoltà, anziani, e che si fanno testimonianza vivente di quello slogan che veniva ricordato all'inizio: “Formare se stessi per servire meglio gli altri”. Uno slogan che oserei dire oggi è quasi inattuale nella nostra epoca, perché anche, lo dico anche con un piccolo senso di autocritica, anche nelle istituzioni educative si tende a dire: “la persona è al centro, lo studente è al centro, l'allievo è al centro”, dimenticando a volte che quella centralità rischia di essere pervertita se non viene affiancata a un'altra, più importante centralità, che è quella delle persone di cui quello studente, quell'allievo si dovrà prendere cura. Quindi, ecco, credo che appunto la prima più importante eredità sia questa e proprio perché è inscritta nelle vite delle persone, noi ne conosciamo qualcosa, qualcosa che emerge, ma rimane moltissimo di nascosto, di segreto, che è altrettanto importante, altrettanto prezioso.
Poi certamente c'è anche da parte della Fondazione Feyles una importante eredità di tipo logico, perché c'è un patrimonio non solo di persone formate, ma c'è un patrimonio di eventi, convegni, pubblicazioni, tesi di studenti che adesso, peraltro, queste tesi sono custodite in IUSTO, no? Le abbiamo come tesoro prezioso ancora presso di noi, e ovviamente magari non hanno la fortuna di essere ricercate, lette come dei best-seller, ma sicuramente rappresentano un patrimonio di riflessione pedagogica che è importante non dimenticare, perché ha segnato la vita, la formazione di queste persone.
Un'altra eredità, che direi anche vista dall'esterno è indubitabile, è un’eredità di tipo reputazionale. Quando si riceve un curriculum e si vede che l'educatore ha studiato presso la Fondazione Feyles, direi che già si è meglio disposti, no? O ben disposti, perché si sa della serietà, del rigore con cui questo ente ha formato negli anni le persone. Quindi questa reputazione secondo me anche continua a rimanere, nonostante ormai qualche anno sia passato.
E l'altra eredità, di cui questa sala è evidentemente anche testimonianza, è l'eredità relazionale. Prima si parlava di decine di persone alla presentazione dei libri, a volte anche unità. A volte unità. Quindi oggi il fatto che questa sala sia piena, che le persone siano qui, è perché non solo le persone hanno conosciuto questa istituzione, ma hanno costruito un legame con questa istituzione, una relazione, una relazione per cui fa piacere ritornare, fa piacere ritornare anche a celebrare un momento di chiusura; perché, e magari poi su questo torno alla fine, credo che ci sia anche un altro aspetto importante da ricordare…
E poi vorrei dire un'altra cosa, ecco, che un'altra eredità è un'eredità di persone che continuano a essere presenti, a portare avanti una missione educativa di formazione. C'è stato un tempo in cui abbiamo avuto un tempo di affiancamento tra le attività dello IUSTO e le attività della Fondazione Feyles. E questo poi si è tradotto anche in una eredità biografica. Alcune persone hanno iniziato, cessando il lavoro presso la Fondazione Feyles, hanno iniziato a lavorare presso IUSTO con un progetto anche interessante di creazione di nuovo corso di laurea per educatori attorno al quale anche traghettare quei valori e quell'esperienza di formazione degli educatori che avevano caratterizzato l'esperienza della Fondazione Feyles. All'epoca, giusto per dire una battuta, ci dicevamo: “Beh, cerchiamo di prendere il meglio di quello che fa l'università, il meglio di quello che hanno fatto le scuole per educatori - a Torino avevamo oltre a Feyles anche l'esperienza della SFEP molto importante, tutt'ora attiva - e cerchiamo di coniugare questo, queste due esperienze formative accademiche, con le esigenze dell'oggi che sono presenti nel mondo del lavoro per gli educatori”.
Una sfida, che non so se l'abbiamo vinta, però l'abbiamo scommessa, e in questa sfida il contributo delle persone di Feyles è stato importante e continua ad essere vivo e presente nella nostra sede.
Vorrei dire un'ultima cosa che invece… più o meno questi pensieri li ho anche scritti in questo libro, ma vorrei dire qualcosa che non ho scritto nel libro, che è questo: torniamo al tema dell'etica che ha contrassegnato chiaramente l'esperienza di Feyles e questo, diciamo così, ostinato decentramento di sé per servire l'altro, che noi chiamiamo in una parola responsabilità, ha per gli umani un fondamento.
La culla e l'origine della responsabilità per noi umani è la mortalità, l'esperienza della morte. E Platone mi sembra, scriveva che “filosofare è imparare a morire”; però è certamente l'esperienza della morte vissuta come limite al nostro tempo e come insostituibilità della nostra esperienza, perché non può farlo nessun altro al posto nostro, non possiamo farci sostituire in questo… rappresenta per gli uomini e le donne di pensiero l'occasione per esercitare la responsabilità.
Come esseri umani noi sappiamo una cosa che, se amiamo delle persone, ci sentiamo in relazione con delle persone, le conosciamo, prima o poi inevitabilmente ci capiterà di fare il lutto per una di queste persone con cui siamo in relazione, e quindi la morte diventa maestra di responsabilità.
Ecco, questo accade a livello individuale… accade un po' meno a livello di istituzioni. A volte le istituzioni fanno fatica a consegnarsi per generare nuova responsabilità, a riconoscere che la loro missione, il loro tempo si è concluso per poter consegnare ad altri la loro eredità.
Ecco, io credo che da questo punto di vista la Fondazione Feyles faccia eccezione. Secondo me anche questo libro, la storia che c'è dietro, tutto quello di cui stiamo parlando stasera, sono un esempio di un'istituzione che ha imparato a generare responsabilità anche come istituzione, anche dalla propria, chiamiamola così, morte. E credo che questa sia una lezione preziosa per tante altre istituzioni che a volte, non riconoscendo i segni di tempi, rischiano di accanirsi attorno a una vita che diventa sterile e non generatrice di futuro.
Quindi io sono molto grato per questa occasione e ringrazio Feyles perché ci sta insegnando come anche le istituzioni, nel loro cessare, possono generare futuro. Grazie.
5) Paola Ricchiardi
Voce narrante: Ascoltiamo ora Paola Ricchiardi, professoressa di pedagogia sperimentale all'Università degli Studi di Torino. Nel suo intervento la professoressa delinea l'eredità pedagogica della Fondazione come un ponte verso l'innovazione futura, focalizzandosi su quattro pilastri essenziali: l'etica quotidiana, la gestione della complessità, l'esperienza dell'essere destinatari di un atto di cura come laboratorio di apprendimento e la dimensione del corpo nella relazione educativa.
Una riflessione su come trasformare i valori in competenze relazionali concrete.
PR: Grazie mille. Allora, intanto ringrazio per l'invito e per il titolo molto evocativo che mi è stato dato: “Trasferire a coloro che abiteranno i luoghi dell'educazione, come e perché”, che ci restituisce proprio l'idea della responsabilità, di cui parlava Alessio prima, di formare coloro che andranno a lavorare con i più fragili, quindi coloro che dovranno proteggere proprio i più fragili e dovranno essere in grado di farlo.
Io sono un po' un’infiltrata perché in realtà io ho fatto solo il mio tirocinio indiretto alla Feyles e quindi vi do proprio un occhio esterno rispetto alla lettura di questo testo.
Il primo feedback che vi do è che effettivamente quello che era nelle intenzioni, cioè di far sentire il lettore a contatto con le radici, con la tradizione, col passato e col futuro, si percepisce. Si percepisce prima che queste sono le nostre radici. Io insegno in università statale, ma comunque si vede anche solo leggendo, scorrendo l’excursus per i seminari, si vede come Feyles abbia fatto cultura, e come questa cultura poi sia passata anche nell’università statale e sia un po' le nostre radici.
Poi leggendo il modello formativo, il modello pedagogico della Feyles a me è sembrato veramente il futuro e un orizzonte verso il quale dirigersi anche come università statale, ovviamente con alcuni accorgimenti, nel senso che non tutto è direttamente trasferibile.
Allora, ho ragionato un po' sui quattro assi che caratterizzano questo modello pedagogico.
Il primo è proprio quello ricordato prima, il filo rosso dell'etica. Oggi si parla di etica dell'educatore, soprattutto pensando all'interno del profilo professionale dell'educatore, all'interno delle competenze dell'educatore. In questo modo si annacqua un po', io direi, questa centralità dell'etica, che invece è veramente fondamentale in chi tutti i giorni si trova a prendere delle decisioni fondamentali, e quindi a dover esercitare questo discernimento etico quotidianamente.
E allora la centralità dell'etica, però è interessantissimo, perchè nel volume si discute anche come didatticamente possiamo lavorare sul filo rosso dell'etica anche coi nostri studenti. Feyles ha sperimentato, ho appreso dal volume, in due modalità: una intensiva, lavorando su forze intensive solo su questa tematica e una invece più di impregnazione, cioè lavorando, cercando di infondere questo sguardo trasversale dai diversi punti di vista, che è risultato la modalità generativa, la modalità più efficace, e facendo un focus specifico sul tirocinio; perché effettivamente la supervisione del tirocinio, che abbiamo ereditato da Feyles/SFEP, è un'occasione fondamentale per ragionare anche sui casi concreti, ed è qualcosa che poi si ripercorre nel tempo perché anche nella supervisione pedagogica c'è tutto questo lavoro sul discernimento etico anche a contatto con casi reali.
E allora ho riflettuto un poco, perché io insegno pedagogia sperimentale, metodologia della ricerca, e cerco di coinvolgere gli studenti nelle ricerche sempre cercando ricerche che abbiano degli aspetti etici, per motivarli, per poter avere delle occasioni di discussione. Una delle cose che chiedo sempre da tanti anni sia ai futuri educatori che ai futuri insegnanti è: scrivete tre valori che guidano la vostra vita. Poi dopodiché ci applichiamo l’analisi qualitativa per analizzarli. Poi per me non servirebbe più aiutarli, perché ormai so che cosa succede quando scrivono i loro tre valori principali, perché il primo è sempre il rispetto, poi c'è famiglia, amicizia, amore un po' in sequenza. All'inizio rimanevo un poco delusa da questo rispetto, perché ne avevo un'accezione forse un poco riduttiva, cioè rispetto che tu esista, stai nel tuo giardino, io sto nel mio e tollero che tu esista.
Invece gli studenti mi hanno insegnato una accezione molto più ampia del rispetto, molto più grande, che ha a che fare col secondo asse del modello pedagogico, che è quello dell'approccio alla diversità come approccio alla complessità, quindi la capacità di sospendere il giudizio per lasciare spazio all'altro.
E mi colpisce anche perché quel rispetto che loro richiamano sempre in formazione è poi la prima cosa che viene a mancare quando si è nell'usura del quotidiano. Io penso a quando facciamo supervisione agli educatori, quando, che ne so, si parla delle persone che si approcciano ai nostri servizi come utenti, invece che come persone, ma il rispetto veramente la cosa più a rischio… e penso criticamente anche a tutti noi che abbiamo costantemente a che fare con moltissime persone, magari con persone anche richiedenti, il rischio di perdere questo rispetto ce l'abbiamo tutti.
E qua mi collego invece al terzo asse del modello pedagogico che è la cura di sé, rispetto e cura di sé. Perché - questo mi ha colpito moltissimo nel libro - perché io lo davo come un assunto, cioè: le persone che hanno avuto la fortuna di sperimentare la cura per se stesse, sono poi in grado di dare cura agli altri, ma lo davo come un dato di fatto. Non ho mai pensato che anche l'università potesse far sperimentare a qualcuno il fatto di essere curato.
Allora la Feyles proponeva proprio dei laboratori appositamente per far sperimentare la cura. Ho pensato: “in un'università statale come si fa?”. E tutto sommato però si può, nel senso che puoi far sperimentare la cura agli studenti anche quando ne hai duecento in aula rispondendo con attenzione a tutti, facendo attenzione, curando le lezioni, curando i libri di testo che metti in programma perché non siano troppo cari, magari rispondendo alla millesima email che arriva nella giornata… cioè è possibile far sentire le persone oggetto di cura anche in un contesto molto ampio.
Il quarto asse, che è quello della relazione con il proprio corpo, l’educatore entra nella relazione con tutto il proprio corpo, questo è un po' più difficile, ma dal prossimo anno avremo dei laboratori e quindi abbiamo pensato, dopo aver letto questo libro, che ho condiviso con una collega, di provare a dedicare questi laboratori proprio alla parte più legata anche al proprio corpo, la relazione col proprio corpo, che entra fortemente quando si entra nella cura dell'altro, e quindi mi sento di poter dire che effettivamente non è solo passato, ma è anche il futuro.
6) Paola Rainoldi
Voce narrante: La parola passa a Paola Rainoldi, che ha collaborato alla stesura del volume. Il suo intervento mette in luce la dimensione più dinamica dell'educatore professionale, una figura capace di superare l'improvvisazione attraverso un agire rigoroso. Paola ci guiderà alla scoperta di un'eredità diffusa, che non si esaurisce nel passato, ma si moltiplica sul territorio attraverso la nascita di servizi innovativi e imprese sociali.
PR: Io aggiungo un piccolo pensiero ancora legato al tema dell'eredità, e lo faccio a partire da quanto è emerso nei contributi che sono confluiti nell'ultima parte del volume, perché là le voci che sono intervenute, quegli sguardi di cui diceva Gabriella, hanno ripetutamente sottolineato come l'eredità di Feyles sia principalmente rintracciata e sia un’eredità diffusa. Un’eredità - qualcuno ha usato il termine disseminata - e questo perché principalmente veicolata, è stata veicolata dai singoli.
Allora ritengo che questo possa anche essere tradotto in un'altra formula, diciamo, in un altro modo, e cioè che l'eredità di Feyles è diventata una realtà, è una realtà diffusamente generativa.
E dico questo perché mi sembra che proprio i singoli, mettendosi in gioco nelle realtà specifiche in cui nel corso dell'esercizio della loro professione si sono spesi, hanno appunto messo sul piatto e anche negoziato con altri punti di vista tutto il loro bagaglio formativo; con tutte le caratteristiche anche che poco fa sono state ricordate, contribuendo così a non solo realizzare interventi educativi, professionali, e quindi a sottolineare l'importanza della non improvvisazione, ma appunto di un agire professionalmente orientato.
Ma poi nell'arco del tempo abbiamo visto che studenti sono stati protagonisti di iniziative nuove, inedite, di servizi inesistenti prima, piuttosto che di imprese sociali che nel tempo hanno risposto, creato risposte nuove anche rispetto a bisogni emergenti, e quindi questa caratteristica mi sembra da un lato vada sottolineata insieme a tutto ciò che i relatori hanno qui portato, e perché penso che di questo Feyles, sia FIRAS che Feyles, non possano che essere fieri e orgogliosi.
Lo dico da formatrice che ha accompagnato tanti percorsi, ci sono tanti sorrisi che si stanno manifestando e mi fa piacere, ecco, non possiamo che esserne fieri da un lato; e dall'altro però penso che un'occasione come questa di stasera possa voler dire per ciascuno riagganciare i nodi e ritrovare elementi di radici comuni, però anche penso, per come ho anche percepito il clima quando siete arrivati nel momento dell'accoglienza, che non possa che essere anche uno slancio fiducioso verso il futuro, il futuro di ciascuno e anche il futuro dell'azione educativa, a maggior ragione dopo aver sentito anche i riferimenti della professoressa Ricchiardi. Grazie.
7) Mariella Peirone
Voce narrante: L'incontro si chiude con la riflessione di Mariella Peirone, coautrice del volume e già direttrice della scuola per educatori della Fondazione Feyles. Nel suo discorso Mariella affronta l'atto etico del lasciare traccia, raccontando il passaggio delicato dalla documentazione d'archivio alla pubblicazione del libro. Un intervento che intreccia emozione e autocritica, nato per valorizzare l'ampia gamma di professionisti formati nel tempo e sottrarre all'oblio una grande storia di impegno sociale.
MP: Due/tre attenzioni mi sembra di dover porre. La prima: ci sono stati già molti ringraziamenti, ma è davvero una grande emozione, insomma, rivedere e risentire persone con cui abbiamo fatto un lungo cammino insieme. Questo l'avevo detto, ma mi fa piacere sottolinearlo.
E poi ancora avrei precisato questo: la curvatura del volume, e anche dagli interventi che abbiamo ascoltato lo si è capito, è molto legata alla figura dell'educatore professionale; ma noi, dico noi ancora, ci siamo occupati, abbiamo lavorato, formato, lavorato con gli enti istituzionali per la formazione di molte altre figure professionali, a partire dall'assistente domiciliare, dall'operatore socio-sanitario, il direttore delle strutture di comunità socio-sanitarie, delle residenze per anziani, coordinatori di nidi… abbiamo fatto molto lavoro insieme di studio, di approfondimento e poi di formazione di queste figure; non vorrei dimenticarle perché per noi sono state molto importanti.
Perché allora abbiamo sottolineato soprattutto la figura dell'educatore professionale? Da un lato perché è stata la prima di cui si è occupata la FIRAS e poi Feyles, quella di cui ci si è occupati per un tempo più lungo, quindi per lunghissimi anni, e poi anche per un motivo di budget, perché il libro doveva restare nelle duecento pagine e allora abbiamo dovuto fare qualche scelta, ma comunque degli accenni, dei tratti si trovano anche… però mi faceva piacere sottolineare questo, che per noi sono state delle figure molto importanti e dei lavori fatti insieme molto importanti, anche su altre figure professionali e nonostante che, appunto, dicevo, l'attenzione maggiore del libro sia su quella educativa.
E poi l'ultima sottolineatura che vorrei fare è sul tema del lasciare traccia. Abbiamo dato anche questo titolo a una parte del volume. Chi ci ha frequentato sa che ad ogni momento chiedevamo di scrivere un diario, una nota, una relazione, una cosa qualunque, ma si doveva sempre scrivere. E questo lasciare traccia, si diceva, è molto importante anche per noi stessi, forse prima ancora dell'obiettivo per cui noi scriviamo.
E in questo senso dobbiamo fare come FIRAS e come Feyles un'autocritica, perché in realtà tracce scritte, formalizzate, ne abbiamo lasciate poche; ci dicevamo questo con le colleghe nel momento in cui abbiamo invece rintracciato molto materiale scritto, ma che è rimasto tutto a livello di quella che chiamiamo la documentazione grigia, quindi faldoni e faldoni che dal mio ufficio ho portato poi a casa… e Daniele ogni tanto mi dice "Ma cosa ne facciamo mamma di tutta questa roba? Non si può buttare?". E allora questo libro mi ha offerto l'occasione, poi insieme con loro, di riprendere tutta questa carta, perché si scriveva su carta, ancora ho trovato dei ciclostilati addirittura, e tutti i nostri seminari docenti. Dicevo a Beatrice prima - ci sono delle foto che risalgono a quando avevamo tutti i capelli neri, Padre Teresio era giovanissimo con tutti i capelli scuri… Allora raccogliere tutto questo materiale (lo abbiamo ripreso, rispolverato, raccolto, ne abbiamo fatto un elenco, lo trovate nel volume) credo per noi sia stato un lavoro interessante riprenderlo, e finalmente mi sento di avere onorato questo lasciare traccia, che ho predicato mille volte ma fatto poco.
8) Conclusione
Si conclude così questo racconto a più voci, un viaggio appassionante tra le pagine e i ricordi della Fondazione Feyles.
Abbiamo ascoltato la storia di un'esperienza che ha saputo ridefinire i contorni dell'educazione professionale, ma soprattutto abbiamo raccolto una provocazione per il futuro: la responsabilità di non disperdere questo patrimonio, continuando a farlo vivere nell'agire quotidiano di ciascuno di noi.
Grazie per averci accompagnato in questo ascolto e per aver condiviso con noi questa importante memoria sociale.
A presto.